Ciò che la pratica insegna al discernimento
Mi sono vista scivolare su un terreno che esauriva la mia energia — senza averlo scelto, senza rendermene conto subito. Il giorno in cui l'ho visto, qualcosa si è liberato. Non la situazione. Il mio modo di abitarla.
Mi sono vista scivolare su un terreno che esauriva la mia energia — senza averlo scelto, senza rendermene conto subito. Il giorno in cui l'ho visto, qualcosa si è liberato. Non la situazione. Il mio modo di abitarla.
È questo, un'esperienza.
Non ha come unico scopo riuscire o fallire. Ha come scopo accrescere il discernimento.
Ogni esperienza mette alla prova una credenza, un'intuizione, un modo di abitare il mondo. Osservando ciò che emerge, si scopre a poco a poco ciò che è ancora vivo in noi — e ciò che non ci corrisponde più.
Il discernimento non è un fine. È il processo attraverso cui la coscienza guadagna in maturità, in libertà, in giustezza.
Il vivente non è orientato verso la contrazione, ma verso l'espansione. Non un'espansione quantitativa — un'espansione della coscienza. Il discernimento è l'intelligenza che la rende possibile. L'esperienza ne è il terreno. Il vivente, la guida.
In fondo, non si tratta di avere ragione. Si tratta di diventare più giusti — continuando ad imparare, a cuore aperto.
Perché il discernimento non serve a restringere il campo dei possibili. Serve ad allargare la coscienza con cui li abitiamo.
