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La palla a specchi

Dietro ciò che facciamo
MOLTEPLICITÀ · INCONTRO · LIBERTÀ

La palla a specchi

Che cosa nascondiamo di noi stessi dietro ciò che facciamo?
20 ottobre 2026

Forse siamo tutti delle palle a specchi.

Sapete, quelle sfere d'argento che girano dolcemente e proiettano schegge di luce in tutte le direzioni.

A seconda della luce che le illumina, del loro movimento, dell'angolazione da cui le si guarda, alcune sfaccettature brillano mentre altre restano nell'ombra.

Due persone che guardano la stessa palla non vedono necessariamente gli stessi riflessi.

Eppure è sempre la stessa palla.

Questa immagine mi è venuta tornando a una domanda che mi accompagna da tempo:

Chi siamo dietro ciò che facciamo?

Dispersi o molteplici?

Mi è sempre piaciuto fare più cose contemporaneamente.

Da giovane praticavo sport diversi. Avrei probabilmente potuto diventare più brava in una sola disciplina dedicandomi interamente a quella.

Ma perché avrei dovuto scegliere?

Amavo il golf, il tennis, l'hockey. Ognuno mi dava qualcosa di diverso.

Più tardi ho continuato a esplorare ambiti a volte molto lontani gli uni dagli altri.

La si chiama volentieri dispersione.

Ma sono spesso la performance, la specializzazione, la redditività o la coerenza di un percorso professionale a deciderlo. Non la persona stessa.

Tendiamo ad ammirare le traiettorie leggibili, quelle che raccontano una progressione logica, una competenza sempre più affermata, un'identità sempre meglio definita.

Ma una vita deve necessariamente somigliare a una linea retta?

Un'esperienza può nutrirne un'altra senza che tra loro esista un legame immediatamente visibile.

Un'esplorazione può essere appassionante senza diventare un'attività redditizia.

Un progetto può non andare a buon fine e aver comunque arricchito chi lo ha intrapreso.

La diversità non è necessariamente dispersione.

E una palla a specchi non diventa più coerente quando le si tolgono tutte le sfaccettature tranne una.

Quando il fare lascia spazio

Sono cresciuta con una forte valorizzazione dell'azione.

Intraprendere, avanzare, superarsi, non restare immobili.

Ho sviluppato questa energia del movimento, dell'iniziativa, della realizzazione. Un'energia che associo volentieri allo yang.

Ma da tempo mi interrogo anche sull'equilibrio con lo yin, questi due movimenti complementari che ciascuno di noi può riconoscere in sé.

Che cosa accade quando l'azione occupa tutto lo spazio?

Quando anche i nostri incontri diventano progetti da sviluppare?

Oggi esploro un'altra forma di potenza: quella della ricettività.

Non la passività.

La disponibilità.

Ascoltare senza cercare di risolvere. Lasciar maturare un'idea. Lasciarsi sorprendere.

E se, per una volta, non avessimo nulla da ottenere da un incontro?

Incontrare qualcuno semplicemente perché quella persona ci incuriosisce, senza sapere che cosa potrà derivarne. Una conversazione, un'amicizia, una complicità, una collaborazione inattesa.

O niente di particolare.

Mi piace fare squadra. Mi piace la creazione collettiva, le idee che circolano, le energie che si rispondono.

Ma non ho più voglia di prendere il mio posto in un progetto solo perché una funzione corrisponde alle mie vecchie competenze.

E se non ne deriva nulla, questo non toglie nulla all'incontro.

Ciò che mostriamo. Ciò che nascondiamo.

Torniamo alla nostra palla a specchi.

Una persona mi conosce come imprenditrice. Un'altra come madre. Un'altra ancora come creatrice.

Alcune scoprono il mio umorismo. Altre la mia sensibilità, la mia audacia o le mie contraddizioni.

Ciascuna coglie qualche riflesso.

E io stessa probabilmente non conosco tutte le sfaccettature che mi compongono.

Alcune forse non sono mai state illuminate.

Altre appariranno al contatto con persone che non ho ancora incontrato.

Altre ancora si trasformeranno con il tempo.

Non c'è necessariamente un «vero io» nascosto dietro un «falso io». I nostri ruoli, le nostre competenze, le nostre realizzazioni fanno parte della nostra storia. Nessuno di essi ci riassume.

E quando ci identifichiamo troppo fortemente con ciò che facciamo, possiamo finire per nascondere, anche a noi stessi, tutto ciò che non trova posto in quella definizione.

Allora, che cosa nascondiamo dietro le nostre identità?

Forse desideri che non abbiamo ancora osato seguire.

Talenti che nessuno ha avuto occasione di scoprire. Dimensioni di noi stessi che, semplicemente, non hanno alcuna utilità particolare.

O possibilità che ancora ignoriamo.

Non ho una risposta definitiva alla domanda «Chi sono?».

E non ho voglia di sostituire le mie vecchie identità con una nuova definizione, per quanto seducente.

Sarebbe ancora un Velcro.

Ho semplicemente voglia di lasciar girare la mia palla a specchi.

Di non cercare più di orientare di continuo la luce per mostrare agli altri i riflessi che si aspettano.

Di non dover più essere perfettamente leggibile.

Di non dover più dimostrare il mio valore per giustificare la mia presenza.

Esserci, semplicemente.

Con tutte le mie sfaccettature, visibili o invisibili, conosciute o ancora sconosciute.

E lasciar circolare la luce.

Dietro ciò che facciamo

Le nostre identità, questi Velcro

Mare calmo al tramonto, due piccole barche all'ancora e riflessi rosa sull'acqua
Riflessi della sera. Mauritius, novembre 2025. © Corinne Dumont