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Le nostre identità, questi Velcro

Dietro ciò che facciamo
IDENTITÀ · UTILITÀ · RUOLI

Le nostre identità, questi Velcro

Chi siamo dietro ciò che facciamo?
19 ottobre 2026

« E lei, cosa fa nella vita? »

È probabilmente una delle prime domande che ci poniamo quando incontriamo qualcuno.

Rispondiamo con un mestiere, una funzione, un progetto, a volte con un elenco di realizzazioni.

Imprenditrice. Dirigente. Artista. Investitore. Insegnante. Consulente. Madre di famiglia. Pensionato.

In poche parole, diventiamo leggibili.

Gli altri possono collocarci, classificarci, attribuirci delle competenze, immaginare che cosa potremmo portare loro.

È pratico. Facilita gli scambi e la vita in società.

Ma non dice tutto dell'essere umano.

Ricordo le presentazioni di progetti a cui assistevo quando lavoravo nel mondo degli investimenti.

Gli imprenditori illustravano i loro mercati, i loro numeri, la loro strategia, le loro ambizioni.

E io, dietro le loro presentazioni, mi sorprendevo spesso a cercare altro.

Chi è questa persona?

Che cosa la anima, al di là del suo progetto?

Che cosa scoprirei di lei se non avessimo nulla da costruire insieme?

Cercavo, per semplice curiosità verso l'essere umano, la persona dietro il pitch.

Le nostre identità, questi Velcro

Nel corso di una vita accumuliamo identità.

Alcune ci vengono attribuite. Altre le scegliamo. Altre ancora si installano a poco a poco, quasi a nostra insaputa.

Mi piace immaginarle come strisce di Velcro che si attaccano a noi.

Una funzione, un mestiere, una competenza, una reputazione, uno status sociale.

Ci permettono di essere riconosciuti. Ci danno un posto. A volte ci procurano perfino una certa sicurezza.

Anch'io ho portato a lungo, e con piacere, diverse di queste identità.

La finanza, l'imprenditoria, la direzione d'azienda, l'accompagnamento di progetti, i consigli di amministrazione…

Sono esperienze che mi hanno arricchita. Mi hanno permesso di sviluppare competenze, di guadagnarmi da vivere, di realizzare cose a cui tenevo.

Ma hanno anche finito per costituire una sorta di carta d'identità professionale.

E quella carta continuava a circolare, anche quando i miei desideri erano cambiati.

Venivano a cercarmi per ciò che sapevo già fare.

Mi proponevano una funzione, una responsabilità, un posto in un progetto.

Una sedia, in un certo senso, tra le sedie già disposte intorno al tavolo.

Non mi restava che sedermi.

Ma se non avessi più voluto quella sedia?

Se avessi voluto partecipare in un altro modo? O semplicemente incontrare le persone intorno al tavolo, senza sapere ancora perché?

Saper fare qualcosa non ci obbliga a continuare a farlo, né a portare per tutta la vita un ruolo in cui siamo stati riconosciuti.

Valore e utilità

Nel mondo dell'impresa ricorre spesso un'espressione: apportare valore.

Quale valore aggiunto apportate? Quale problema risolvete? Come si traduce questo in ricavi?

Queste domande sono perfettamente legittime quando si costruisce un modello economico.

Ma qualcosa mi turba quando questa logica invade il modo in cui consideriamo noi stessi.

A forza di chiederci che cosa apportiamo, non finiamo per confondere il nostro valore con la nostra utilità?

La nostra esperienza può allora diventare un asset, la nostra rete un capitale, i nostri incontri delle opportunità. E la nostra singolarità stessa, una proposta di valore.

Per molto tempo ho associato il mio valore alla mia capacità di assumere responsabilità.

Organizzare, anticipare, decidere, risolvere, far avanzare, canalizzare le energie.

Questa capacità mi è stata preziosa.

Ma mi sono resa conto che era diventata anche un modo per giustificare il mio posto.

Se mi assumevo delle responsabilità, apportavo qualcosa. Se apportavo qualcosa, ero utile. E se ero utile, avevo una ragione legittima per essere lì.

C'era perfino un'attesa di riconoscimento: facendomi carico delle cose, speravo che gli altri vedessero ciò che facevo per loro.

Questo meccanismo poteva essere gratificante. Poteva anche diventare estenuante.

Perché assumersi delle responsabilità finisce a volte per significare sentirsi responsabili di tutto ciò che potrebbe accadere. Dei risultati, delle decisioni, degli errori, delle reazioni degli altri.

Fino a sorvegliare le proprie parole, le proprie iniziative, i propri slanci, per anticipare le conseguenze che potrebbero provocare.

Essere responsabili di ciò che facciamo non significa essere responsabili di tutto ciò che questo provoca negli altri.

Mi ci è voluto del tempo per capire questa distinzione in modo diverso da quello intellettuale. E ancora di più per cominciare a viverla.

E se, a forza di abitare i ruoli che ci vengono proposti, finissimo per dimenticare tutti gli altri modi di essere al mondo?

Due pellicani appollaiati su pali bianchi nell'acqua, un terzo palo vuoto tra loro
Posatoi già pronti. Oaxaca, Messico, 2024. © Corinne Dumont